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Pentecoste- C

Il compimento della Pasqua


At 2, 1-11
Rm 8, 8-17
Gv 14, 15-16. 23-26

 

Introduzione

La Pentecoste non è la festa dello Spirito Santo! Se non usciamo da questa “semplificazione” non potremo mai entrare nella grandezza della solennità che celebriamo questa domenica. La Pentecoste è la celebrazione del compimento della Pasqua! Pensare di considerarla come una festa “dedicata allo Spirito Santo” è una prospettiva del tutto estranea alla liturgia, che non celebra idee o persone, ma eventi nei quali il Dio trinitario agisce e si fa presente nella storia.
Tutto ciò che abbiamo celebrato nel Triduo Santo e nel Tempo pasquale, nella Pentecoste rivela il suo compimento. Questa è una lettura di gran lunga più ricca che ci apre orizzonti immensi, capaci di riflettere nuova luce sulla nostra vita, sulla vita della Chiesa e dell’umanità. Il compimento della Pasqua, infatti, ci tocca, ci riguarda, perché è proprio in noi la Pasqua di Gesù attende di “giungere a pienezza”. Una prospettiva che ci proietta nella storia del popolo di Israele, che celebra, cinquanta giorni dopo la Pasqua, la Festa delle Settimane per il dono della Tôrah da parte del Signore e nell’annuncio dei profeti che attendevano per il tempo del compimento l’effusione dello Spirito su ogni carne, come afferma un testo di Gioele (Gl 3,1), citato nel racconto della Pentecoste negli Atti degli apostoli (I lettura).
Ma cosa significa questa espressione, “compimento della Pasqua”, di cui troviamo eco nel racconto degli Atti e nel Prefazio dell’eucaristia di questa domenica? Certo il compimento della Pasqua è nel dono dello Spirito, che è il dono di Dio per eccellenza. Tuttavia potremmo chiederci anche che rapporto ha il dono dello Spirito con la morte e risurrezione di Gesù. Inoltre, per noi oggi che cosa significa che la Pasqua si compie nel dono dello Spirito? Le letture della liturgia di questa domenica ci guidano a scoprire alcuni tratti di questa realtà così centrale e importante!

 

Riflessione


Vi insegnerà ogni cosa

Il Vangelo ci parla del dono dello Spirito in riferimento alla Pasqua di Gesù e alla sua persona. Innanzitutto lo Spirito viene donato dal Padre ai discepoli dopo la sua Pasqua. In un testo tratto dal medesimo discorso di addio di Gesù nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice ai suoi discepoli che lo Spirito non può venire a loro, finché egli non se ne sia andato. Infatti in Gv 16,7 Gesù afferma: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò». Quindi il dono dello Spirito è legato alla Pasqua di Gesù, alla sua morte e alla sua risurrezione. Prima di questo evento, lo Spirito non può essere donato ai discepoli, non si può realizzare quel dono che era atteso per il compimento delle promesse di Dio.
Lo Spirito ha a che fare con Gesù e ha a che fare con la Pasqua: in particolare, con la nuova relazione tra Gesù e i suoi discepoli dopo gli eventi della sua morte e risurrezione. Questa nuova relazione è anche la condizione per la comunione dei discepoli con il Padre tramite Gesù.
Il testo del Vangelo di Giovanni afferma che il compito dello Spirito nei confronti dei discepoli sarà tutto in riferimento a Gesù: egli insegnerà ogni cosa e ricorderà tutto ciò che Gesù ha detto. In un altro testo si afferma inoltre che lo Spirito guiderà i discepoli alla verità tutta intera (Gv 16,13), ma noi sappiamo che nel quarto Vangelo la “Verità” è Gesù stesso. Dunque, potremmo dire che il compito delle Spirito sarà quello di guidare i discepoli alla pienezza di Gesù, cioè di condurli alla piena adesione al loro maestro, ricordando loro le sue parole. Il Vangelo di Giovanni ci dice ancora che lo Spirito non fa nulla “autonomamente”, che tutta la sua azione è in riferimento a Gesù: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé… egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà» (Gv 16,13-14). L’azione dello Spirito nei confronti dei discepoli a cui è donato è quindi tutta proietta verso Gesù. Egli rende i discepoli veri discepoli, scrivendo nel loro cuore le parole del Maestro, anzi dipingendo in essi il suo volto. Da questo fatto comprendiamo l’assurdità di certe forme di preghiera allo Spirito Santo... Si tratta di una nuova presenza di Gesù presso suoi discepoli, una “dimora” edificata presso/in di loro, non più una presenza esteriore ma interiore.
Nel dono dello Spirito la Pasqua di Gesù può trovare compimento nella vita dei suoi discepoli: in fondo, è il fine stesso della Pasqua. Per questo possiamo dire che la Pentecoste è la celebrazione del compimento della Pasqua. Non solo perché il dono dello Spirito nelle Scritture rappresenta il dono atteso per il tempo del compimento, ma perché tale compimento consiste nel rendere i discepoli capaci di fare propria la Pasqua di Gesù e di viverla nella loro concreta esistenza.
Le altre letture di questa domenica ci rivelano le direzioni verso cui tale compimento si concretizza e quali nuove possibilità il compimento della Pasqua nella vita dei discepoli di Gesù è in grado di generare.

 

Abbà, Padre!

La prima novità riguarda il rapporto con Dio. Ce ne parla Paolo nella Lettera ai Romani (II lettura). Nel testo c’è un parallelismo tra “avere lo Spirito di Cristo” e “se Cristo è in voi”. Le due espressioni sembrano quasi equivalenti. Confermiamo così quanto abbiamo detto per il brano evangelico, dove si afferma che ciò che lo Spirito opera è tutto in riferimento a Cristo.
Al v. 14 abbiamo poi un’altra affermazione fondamentale: «Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio». Qui si afferma che oltre al rapporto con Cristo, l’azione dello Spirito crea anche una novità nel rapporto con Dio. Ma tale novità non è distinta dalla relazione tra Cristo, lo Spirito e il credente. Infatti, colui al quale è donato lo Spirito è chiamato “figlio”, come Figlio è Cristo. Anche questo aspetto non è estraneo all’annuncio del Vangelo di Giovanni. Là infatti si diceva che il Padre e Gesù avrebbero “fatto dimora” presso il discepolo. Paolo parla di uno “Spirito di figlio adottivi” per mezzo del quale ora possiamo gridare “Abbà!”: possiamo rivolgerci cioè al Padre con lo stesso nome con cui Gesù lo chiamava e invicava. Non è una novità nel giudaismo chiamare Dio “Padre”; la novità consiste nel farlo “in Gesù”, con la voce stessa di Gesù che il Padre riconosce sulle nostre labbra grazie all’azione dello Spirito in noi che rende interiore a noi l’immagine del Figlio.
Quindi un nuovo rapporto con Dio: non schiavi, ma figli nel Figlio. È un annuncio sconvolgente, che va al cuore di ogni sentimento religioso dell’umanità e “vanifica” ogni distorta immagine di Dio. Da questo testo emerge l’immagine più bella e vera della preghiera cristiana che è al Padre, per Cristo, nello Spirito!

 

Ciascuno nella propria lingua

Ma lo Spirito non tocca solamente il rapporto dei credenti con Gesù e con il Padre. Tocca anche la loro relazione con gli uomini e le donne con i quali sono chiamati a vivere. È uno degli aspetti che possiamo ricavare dalla prima lettura dagli Atti.
Coloro che hanno ricevuto lo Spirito sanno parlare una lingua che tutti “sentono” come pronunciata nella propria; una lingua che tutti non solo comprendono, ma sentono propria! Il dono dello Spirito rende “pasquale” la presenza dei cristiani nel mondo, il loro rapporto con l’umanità. Nel Vangelo di Giovanni si dice che “la Verità rende liberi” (8,32). Ma sappiamo che la Verità è Gesù, e che il compito dello Spirito in noi è quello di farci ad immagine di Gesù, attualizzare in noi la sua presenza e la sua Parola. Ora, il dono dello Spirito nei credenti crea proprio per questo quella libertà grazie alla quale essi possono andare ai loro fratelli e alle loro sorelle senza timore di perdere nulla, nella liberà, e così parlare una lingua che appartiene a tutti.

 

Il compimento in noi

Sono alcuni accenni che ci fanno comprendere che cosa possa significare l’espressione “compimento della Pasqua”. Ciò che è pienezza in Gesù, attende di esserlo in noi in una relazione rinnovata con Dio e con l’umanità. È questo il mistero che la Chiesa celebra nella Solennità di Pentecoste, con la quale il Tempo pasquale si chiude.

 

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

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