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IV Domenica di Quaresima - C

Il “volto” del perdono


Gs 5, 9. 10-12
2 Cor 5, 17-21
Lc 15, 1-3. 11-32


Introduzione

Nella quarta domenica troviamo il testo, assai noto, della parabola di Luca comunemente chiamata dal “figlio prodigo”. È un passo in più nel nostro itinerario quaresimale verso la Pasqua, che ci rivela un altro aspetto del “volto” del nostro cammino in questo tempo dell’anno liturgico.

Nella prima lettura troviamo il racconto delle prima Pasqua celebrata dopo l’ingresso nella Terra promessa, il momento in cui il popolo portò a termine il suo cammino nel deserto per passare da una terra di schiavitù alla terra che il Signore aveva promesso ai padri. Si tratta di un momento particolarmente significativo per la vita del popolo. Infatti, quando il popolo comincia a vivere dei frutti della terra nella quale è entrato, guidato da Giosuè, cessa il dono della manna. Ora comincia per Israele la fedeltà senza un segno tangibile che è il Signore a mantenerlo in vita.
Nelle parole della Seconda lettera a i Corinzi (II lettura) risuona la supplica dell’Apostolo a lasciarci riconciliare con Dio. Anche in questo caso si tratta da un dono, quello dell’essere nuova creatura in Cristo, da riconoscere e da saper accogliere nella propria vita. Come il popolo, una volta entrato nella terra, non dovrà dimenticare di essere stato salvato e liberato da Dio, così il cristiano nella sua vita ordinaria non deve dimenticare che in Cristo il Padre ha fatto di lui una nuova creatura.

 

Riflessione

Soffermandoci sul brano evangelico, potremmo chiederci quale sia, indipendentemente dai titoli che potremmo tentare di assegnarle, il messaggio della parabola del Vangelo di Luca. Per comprenderlo occorre partire dai diversi “indizi” che il testo stesso ci presenta.
Di fronte al Dio di Gesù
Il primo segnale che il testo ci fornisce per la sua interpretazione è rappresentato dei versetti che introducono la parabola e che anche il lezionario liturgico riporta. Si tratta dei vv. 1-3 del cap. 15 del Vangelo di Luca. Dopo questi versetti, che sono un’introduzione all’intero capitolo, non segue immediatamente la nostra parabola, ma Luca ne inserisce prima altre due che presentano alcune affinità, cioè la parabola della “pecora smarrita” (vv. 4-7) e della “dracma smarrita” (vv. 8-10). Il legame tra le tre parabole del cap. 15 di Luca è dato soprattutto dai verbi “perdere” e “trovare”, che ricorrono rispettivamente sette e otto volte nell’intero capitolo.
L’introduzione ci fornisce una preziosa chiave di lettura del testo. Infatti in essa si presenta una situazione concreta della vita e del ministero di Gesù, che poi potremo ritrovare “ricostruita” nella parabola. Vengono messi in scena tre personaggi: Gesù, peccatori/pubblicani, farisei/scribi. I pubblicani e i peccatori si avvicinano a Gesù, mentre gli scribi e i farisei, cioè gli uomini religiosi del tempo, mormorano perché egli li accoglie e siede a mensa con loro. Allora Gesù, di fronte alla chiusura degli uomini religiosi del suo tempo e di ogni tempo, narra questa parabola nella quale non è difficile cogliere la “ricostruzione” di quella medesima situazione. Nel padre possiamo vedere infatti il comportamento di Gesù che accoglie di nuovo colui che era andato in un paese lontano; nel figlio minore possiamo vedere i peccatori e i pubblicani che si avvicinano a Gesù forse senza avere un giusto modo di accostarsi a Dio; infine abbiamo il figlio maggiore che rappresenta bene scribi e farisei nella loro chiusura davanti al comportamento di Gesù.
Cosa ci dice tale primo “indizio” che il testo ci fornisce? Da questo particolare scopriamo che nella parabola siamo guidati a discernere il nostro modo di stare davanti a Dio, la nostra “sintonia” con il volto del Padre che Gesù è venuto a rivelarci. Ogni falsa religiosità è messa con le spalle al muro dal racconto di Gesù, che alla fine ci obbliga a “prendere posizione”: rimanere chiusi nella nostra immagine di Dio o aprirci al liberante volto di Dio che ci rivela l’Evangelo.


Trattami come uno dei tuoi salariati…

C’è qualcosa che accomuna il figlio maggiore e il figlio minore. Essi infatti sono veramente fratelli e si assomigliano più di quanto potremmo immaginare leggendo la parabola in modo superficiale. Entrambi si sentono come “salariati” davanti al loro padre.

Il figlio minore, partito per una terra lontana, quando decide – spinto dall’interesse più che dal pentimento – di ritornare alla casa di suo padre, che egli aveva abbandonato sperperando la parte di patrimonio che il genitore gli aveva dato, prepara il suo discorso da rivolgere al padre per essere accolto. Egli al padre vuole chiedere di riaccoglierlo e di trattarlo “come uno dei suoi salariati”. Ma il padre non permetterà nemmeno che il figlio pronunci queste parole.
Anche il figlio maggiore sta davanti al padre come un servo. Adirato con il padre, che ha accolto il figlio minore e per lui ha fatto uccidere il vitello grasso, afferma: «Ecco da tanti anni ti servo». Ma anche in questo caso la risposta del padre va in direzione totalmente opposta. Al maggiore egli dice «figlio, tu sei sempre con me». Non prende nemmeno in considerazione l’argomento del “servizio”, ma evoca unicamente la relazione che intercorre tra un padre e un figlio.
I due figli, dunque, si sentono entrambi “servi”. Due immagini che dicono il modo di percepire la relazione con Dio di coloro che entrano in contatto con l’annuncio di Gesù. Il figlio maggiore rappresenta gli uomini religiosi, che vivono “da servi” nei confronti di Dio e credono di essere considerati da lui in base alle loro prestazioni. Dio dovrebbe “dare a loro” in base a ciò che essi gli hanno fatto per lui, in base al loro servile rapporto con lui.
Il figlio minore d’altra parte rappresenta i “lontani”, che si riavvicinano a Dio influenzati da quella sua immagine che gli stessi uomini religiosi hanno loro insegnato con il proprio comportamento. Essi hanno imparato a vedere il volto di Dio non come quello di un padre, ma come quello di un padrone che pretende da loro un “risarcimento” per il peccato commesso, che esige delle prestazioni per essere riaccolti in quella casa dalla quale si erano allontanati.


La veste, l’anello, i sandali…

Come si rivela allora il volto di Dio in Gesù? Lo vediamo, come già abbiamo accennato, nel fatto che il padre rifiuta da entrambi i figli di essere considerato come un “padrone”. Questo rifiuto è descritto dai gesti che il padre ordina ai suoi servi di compiere nei confronti del figlio. Sono questi gesti la risposta del padre alle parole del figlio che ritorna. I servi devono portare al figlio minore l’abito lungo. È l’abito d’onore, l’abito di festa, l’abito del signore della casa e non l’abito del servo. Con questo gesto il padre ridona lo status di figlio. Il secondo gesto che i servi devono compiere nei confronti del figlio ritornato è quello di porgli l’anello al dito. Così il figlio viene ristabilito nella sua dignità filiale (l’anello con il sigillo). Riacquista il potere e la dignità di prima rispetto ai servi del padre. Infine i servi devono calzare i piedi del figlio minore con i sandali. I sandali sono il segno di un uomo libero, mentre lo schiavo cammina a piedi nudi.
Il padre con questi tre oggetti che fa portare al figlio dai suoi servi contraddice ogni previsione del figlio minore, contraddice discorso che il figlio si era preparato mettendosi al livello di un salariato, e gli ridona la dignità di figlio. Questi tre oggetti sono un “annuncio” che il padre fa al figlio minore che egli non ha mai cessato di considerarlo come un figlio.
Così è il comportamento di Gesù nei confronti dei peccatori e dei pubblicani, con il quale egli rivela il volto del Padre: con il suo comportamento egli annuncia loro che essi non hanno mai perso la loro dignità davanti a Dio. Questo è il volto del perdono di Dio. Nessun uomo può legittimamente impostare il suo rapporto con Dio da schiavo. Questo è ciò che Gesù annuncia, mangiando con i peccatori e i pubblicani. Qui si colloca il vero momento favorevole alla conversione: l’incontro con un Dio misericordioso, che non si interessa delle nostre “liste di peccati” – come quella che il figlio minore si era preparato – ma ci chiede di essere figli e non servi.
È l’amore del padre che fa rinascere il figlio, lui al massimo avrebbe chiesto di essere un salariato. In Osea 16,18 Dio dice ad Israele, descrivendo i giorni del suo intervento salvifico definitivo: tu non mi chiamerai più mio padrone.


Dio fa festa quando “ritrova” un figlio

Nel testo della parabola, nella somiglianza dei due figli nei confronti del padre si trova l’annuncio che in essa Gesù intende fare. È un annuncio sconvolgente, che già era presente nelle due più brevi parabole che aprono il capitolo. Per Gesù ciò che Dio richiede da ogni uomo e donna, il fondamento del perdono, è quello di lasciarsi considerare come figli e mai come schiavi. Questo è il “vangelo” che scardina il peccato del peccatore e le illusioni di auto salvezza dell’uomo religioso di ogni tempo.

Il volto di Dio che Gesù rivela non è quello di un padrone che va in cerca di prestazioni religiose, ma quella di un padre che fa festa quando ritrova un figlio che accetta di lasciarsi rivestire delle vesti più belle, di ricevere l’anello al dito e di calzare i sandali dell’uomo libero. È questo un altro annuncio che incontriamo nel nostro cammino quaresimale.

 

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

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